Intervento trattanda 16
Legge sui beni culturali
PS Cristina Zanini Barzaghi
Gran Consiglio 9 giugno 2026
“Ci sono opere del passato, certe chiese, certi palazzi, che oggi sono utilizzate in modo diverso, sono sopravvissute pur cambiando la loro funzione: ancora oggi le usiamo, le frequentiamo. Questo succede perché ciò che è rimasto non è l’utilità che avevano all’epoca, ma è la bellezza; la bellezza e la poesia sono sopravvissute al tempo.”
(Oscar Niemeyer)
Quando parliamo di beni culturali pensiamo subito a chiese, ville, edifici storici o monumenti, e anche a strade, ponti ed edifici moderni, come ad esempio la strada della Tremola, i manufatti disegnati da Rino Tami per l’autostrada A2, il palazzetto delle scienze di Lugano (che questo consesso ha già quasi condannato alla demolizione: potremmo ripensarci).
I beni culturali raccontano la nostra storia e contribuiscono a costruire l’identità del nostro territorio. La loro tutela non guarda soltanto al passato: è un investimento per la qualità del territorio che lasceremo alle generazioni future.
Negli ultimi decenni il Ticino ha perso un numero impressionante di edifici e manufatti meritevoli di conservazione. Molti edifici non sono stati demoliti perché privi di valore, ma perché il nostro sviluppo territoriale, sostenuto dal benessere economico del dopoguerra e da una pianificazione troppo permissiva, non è stato in grado di riconoscerne per tempo la loro importanza culturale. Già negli anni Settanta Tita Carloni e altri architetti ticinesi mettevano in guardia contro questa deriva, richiamando la necessità di riscoprire la storia e la memoria dei luoghi. Il territorio, nel frattempo, veniva trasformato a ritmi accelerati. Il Cantone stesso è stato complice di questo “bombardamento senza guerra”: basta pensare al castello di Trevano. Senza una sufficiente protezione abbiamo così perso una parte importante del nostro patrimonio storico. Solo nel 1997 è stata introdotta una prima legge di protezione sui beni culturali e “i buoi erano già usciti dalla stalla”. Si è corsi ai ripari con grave ritardo e molto, troppo, lentamente si sono avviate delle iniziative per preservare quanto era ancora possibile salvare.
La revisione della legge sui beni culturali che ci accingiamo a votare rappresenta quindi un passo importante e necessario. Ringraziamo il Dipartimento del territorio per il lavoro svolto celermente dopo la presentazione dell’iniziativa e la collaborazione durante l’iter commissionale. Finalmente avremo strumenti di tutela, procedure e responsabilità più chiari rispetto alla legge precedente.
C’è però un dato che non possiamo ignorare: dall’iniziativa della STAN sono passati più di dodici anni. Dodici anni per rispondere a una richiesta sostenuta da quasi 15’000 cittadini sono davvero tanti. Troppi, e non sappiamo ancora se l’iniziativa verrà ritirata. Riteniamo però che un ritiro sarebbe più probabile se venissero accolti gli emendamenti proposti da Marco Noi, che, come partito, sosterremo. In caso di mantenimento dell’iniziativa andremo alle urne e un voto popolare a favore dell’iniziativa porterebbe all’approvazione di un testo meno preciso e più radicale di quanto votiamo ora (Ivo?).
Nella revisione, ad esempio, viene ben chiarita la partecipazione ai costi di conservazione e la ripartizione delle responsabilità tra proprietari, Comuni e Cantone. La tutela di un bene culturale risponde a un interesse pubblico ed è quindi corretto che la collettività partecipi ai costi di conservazione. Questo principio non dovrebbe però tradursi automaticamente in un sostegno pubblico per ogni situazione: laddove il proprietario dispone di importanti mezzi finanziari è ragionevole prevedere l’assunzione integrale degli oneri di tutela (vedi caso OFIMA). Per questo proponiamo di approvare la proposta originale formulata dal Consiglio di Stato ripresa dall’emendamento 1 di Marco Noi: Nei criteri di attribuzione di aiuti elencati all’art. 9 si deve considerare anche la forza finanziaria.
In commissione si è discusso anche il tema dei consulenti. Il loro ruolo è fondamentale ed è giusto pretendere competenze specifiche quando si interviene su un bene culturale.
Le figure da coinvolgere vanno adattate alla situazione e si dovrebbe poter interpellare esperti di diversi rami non solo quelli della stretta cerchia della conservazione e restauro di edifici storici. per ponti, paesaggi, strade, parchi dovrebbe far capo a ingegneri e paesaggisti qualificati. Perciò la commissione ha proposto delle modifiche all’art. 47a per dare più flessibilità nella scelta. Siamo convinti che la qualità degli interventi dipende molto dal supporto delle giuste figure professionali e dipende pure da una certa flessibilità soprattutto quando si valutano interventi necessari a favore delle persone con difficoltà motorie o per la sicurezza antincendio.
Abbiamo avuto modo di vedere il progetto di regolamento che affiancherà la nuova legge e per questo ringraziamo i servizi per la trasparenza, dove si affronta il rispetto del catalogo della Confederazione ISOS. Come sta avvenendo anche in altri Cantoni, si tratta di un tema controverso che porterà a discussioni su tanti dossier. Personalmente credo che dovremmo seguire l’insegnamento di Flora Ruchat che interpretava l’architettura come un'”infrastruttura del paesaggio” . Le indicazioni del catalogo ISOS dovrebbero quindi essere soppesate assieme alle nuove direttive federali sulla cultura della costruzione (Convenzione di Davos). in esse si indica che non conta soltanto il valore del singolo edificio, ma anche il contesto in cui si trova: il paesaggio, lo spazio pubblico, le relazioni con ciò che lo circonda, l’utilizzo che ne viene fatto.
Conservare il patrimonio significa salvare gli edifici di valore e più in generale trasformare in meglio il territorio di domani, per far sì che “la bellezza e la poesia sopravvivano al tempo”.
Il gruppo socialista approva questa nuova legge e invita a sostenere anche i due emendamenti proposti dai Verdi.
Cristina Zanini Barzaghi